Renata Massa 

Dopo sei anni di università, quattro di corso di Laurea e due di Perfezionamento in Storia dell’Arte, mi sono vista proporre dal mio docente come oggetto di studio per la mia tesi di Perfezionamento Gli altari marmorei a Brescia nei secoli XVII e XVIII: l’iconografia, le tecniche e l’organizzazione delle botteghe.

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Un’ inquieta escursione in alcune nostre chiese e un ansioso scartabellamento degli schedari della biblioteca alla ricerca di pubblicazioni sull’argomento mi lasciarono letteralmente terrorizzata: mi trovavo di fronte a un enorme materiale di studio che non solo era assolutamente sconosciuto a me ma risultava pressocchè insondato dall’intera popolazione degli storici dell’arte.

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La prima reazione di fronte a quel mondo di opere ignote fu di vertigine, accompagnata da una sgradevole sensazione di impotenza e di ignoranza assoluta: mi ritrovavo a far tabula rasa di tutti quegli anni di studio e di sacrificio e a fare amaramente i conti con la mia incompetenza della quale incolpavo l’università che mai minimamente mi aveva dato l’occasione di avvicinarmi a quelle che allora erano chiamate “arti minori”, e il termine la dice lunga sulla considerazione in cui erano state sempre tenute: prodotti “di serie B”, di un artigianato anonimo e di un “mestiere” meccanico e ripetitivo, al servizio delle necessità pratiche della vita quotidiana.

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Renata Massa

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Renata Massa

 

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Ma, contro ogni logica, come restare indifferenti all’incanto fascinoso che si sprigionava da quelle pietre antiche nelle quali la mia sensibilità riconosceva una passione tutta moderna e attualissima?

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Vi ritrovavo il piacere “informale” per la materia allo stato puro, che trattiene nella trama delle sue infinite cromie e screziature la gestualità casuale di una natura primordiale che si improvvisa artista, le rigorose geometrie dell’Arte astratta, e, ancora, il gioco ambiguo e sottile dell’illusione barocca che trasforma la pietra in petali di fiore, in ali iridiscenti e in piume variopinte e ricrea sotto i nostri occhi, l’evento, l’happening, eternizzandolo in una lucente e durevole materia “altra”, che, docilmente, sotto mani esperte, può fingersi nuvola o drappo mosso dal vento.

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Mi chiesi a quel punto se veramente preferivo per la mia tesi un argomento più rassicurante, per esempio sulla vita o le opere delle nostre tradizionali glorie artistiche, già scandagliate da generazioni di accaniti storici dell’arte, e su cui certamente ben poco di nuovo avrei trovato da dire, costringendo probabilmente il mio lavoro alla pedanteria di un esercizio filologico o di una dissertazione erudita.

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Al confronto, quelle espressioni plurisecolari di una così creativa operosità bresciana, sotto gli occhi di tutti eppure ignorata, catturavano il mio entusiasmo e sembravano pretendere, affondate nella semioscurità di quelle cappelle silenziose, la solare visibilità che meritavano mentre i loro sconosciuti artefici chiedevano di essere recuperati dall’oblio e riportati in vita.

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Pensai che la “visita artistica” in una chiesa non poteva limitarsi, come in genere avveniva, a un pellegrinaggio riverente ed ossequioso alle grandi opere, per lo più pittoriche, esposte lungo le navate e nelle cappelle, ma doveva estendersi anche, a tutto ciò che le circondava, dialogando con esse: gli altari, appunto, per i quali i nostri antenati avevano scelto una materia nobile, splendente e incorruttibile come la pietra, dispiegandovi uno strabiliante campionario di tutte le sue possibili lavorazioni.

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Accettando la sfida, scelsi di occuparmi di ciò che non sta “al centro” ma “ad marginem”, della cornice piuttosto che del quadro, e di tutto quanto siamo soliti comprendere sbrigativamente e riduttivamente nel termine generico di “arredo”, nella convinzione profonda di poter un giorno recuperare la piena sonorità di una grande orchestra a cui la voce di ogni strumento è indispensabile ed essenziale.

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Fare i pionieri richiede coraggio e pazienza: il coraggio di aprire un percorso nuovo, di inventare sperimentare e affinare metodi e strumenti di ricerca e la pazienza infinita di indagare, documentarsi, inventariare e catalogare, per accostare gli innumerevoli tasselli che, come in un puzzle, ricomporranno il grande disegno della storia.

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Fu così che trasformai il lavoro di una tesi nella passione di una intera vita.

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Non c’è infatti scadenza a “imprese” di questo genere perchè ogni certezza storica conquistata scandagliando il passato pone sempre un nuovo e inaspettato traguardo da raggiungere e mette in gioco l’immaginazione in modo forse più intrigante e sottile di ogni viaggio nel futuro.

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Dopo i risultati che ho raggiunto, ricostruendo l’evoluzione dei gusti decorativi nell’arte della pietra bresciana nei secoli della sua massima fioritura, il Seicento e il Settecento, e aprendo nuove vie di ricerca sulla scultura, posso dire, che a parte l’utilizzo di un altro mezzo di trasporto e dei nuovi strumenti informatici, oggi io sono ancora come allora, quando sulla mia mitica Cinquecento gialla percorrevo il territorio, sfidando nebbie, gelo e canicola, alla scoperta dei “tesori nascosti” di ogni pieve, parrocchiale, oratorio, fotografando e annotando in appunti e schizzi, e consultavo archivi freddi e polverosi alla ricerca, non sempre fortunata, di documenti che dessero un nome e una data alle opere che incontravo, e compissero il miracolo di farmi riportare in vita quei loro straordinari artefici dimenticati.

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“La bellezza sta negli occhi di chi guarda” e “Si vede ciò che si sa”: non sono frasi fatte ma grandi verità.

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Ripenso al disagio che ho provato allora, scoprendomi ignorante e sprovveduta di fronte a quelle opere “invisibili”e mute, e alla soddisfazione che provo oggi perchè posso finalmente comprenderle e vederle, apprezzandone quindi la bellezza.

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E’ la soddisfazione rassicurante di sentirci restituiti alle nostre radici, di aver ritrovato il senso di appartenenza a una storia e a una cultura comuni, quindi la nostra più vera e profonda identità, non un privilegio per pochi iniziati ma un bene irrinunciabile a cui tutti noi abbiamo diritto.

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Questa soddisfazione deve essere a tutti i costi condivisa, proprio per ricostruire e mantenere in vita la nostra identità così preziosa, che media e globalizzazione stanno disintegrando giorno dopo giorno, facendoci sentire sempre più massa e sempre meno individuo.

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Come?

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Certamente non basta pubblicare libri o saggi eruditi su riviste per “addetti ai lavori”.

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La mia esperienza di “militanza” didattica, di condivisione della mia esperienza “sul campo” e delle mie conoscenze con giovani e adulti di qualunque preparazione culturale – dall’adolescente allo studente universitario, dal libero professionista alla casalinga, dall’imprenditore all’operaio -x mi ha indicato la strada giusta: nulla è più meraviglioso e commovente che vedere nei loro occhi brillare l’entusiasmo e la riconoscenza per il dono di un “sapere” da cui si credevano a priori esclusi, offerto con le parole semplici e comprensibili che avrei desiderato ascoltare allora dai miei professori.

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Renata Massa

 

 

 

Renata Massa – Via Dell’ Antica Strada Mantovana 24 – 25124 Brescia

– tel. +39 333 105 2254 – email: renatamassa.artedellapietra@gmail.comla pietra nell’arte bresciana