La Selenite: il vetro di pietra

pubblicato in: Renata Massa | 1

Era forse di Selenite lo specchio di Pitagora?

Come indica il nome, questa varietà di gesso cristallino è composta di scaglie traslucide che filtrano una luce diafana e azzurrina simile a quella della luna.

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Scaglia di selenite copia
Scaglia di selenite

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La storia della Selenite è quanto mai affascinante e spiega i molti nomi con cui venne chiamata nel corso del tempo: Pietra speculare (lapis specularis), Vetro di olearia, Cristallo di gesso ma anche, curiosamente, Specchio d’asino.

Questa pietra non va invece confusa, come erroneamente succede spesso, con la Pietra di Luna (o Adularia) che è un feldspato potassico dalla composizione chimica completamente diversa.

Presso i Greci e i Romani, tagliata in lastre trasparenti, la Selenite era impiegata in luogo del vetro nelle finestre delle abitazioni, nelle terme e nelle serre e garantiva l’isolamento dalle intemperie e l’ingresso della luce. Molte lastrine di Selenite vennero rinvenute a Pompei nella cosiddetta Casa delle Suonatrici.

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tre lastrine di pietra speculare, probabilmente da Pompei, I sec. d. C copia
tre lastrine di pietra speculare, probabilmente da Pompei, I sec. d. C

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Menzionata anche da Plinio nella sua Naturalis Historia, così è ricordata da Isidoro di Siviglia: “La pietra speculare è così chiamata perchè diafana come il vetro. Fu scoperta nell’Hispania citeriore , presso la città di Segobriga. Si trova sottoterra e, una volta estratta, si taglia e si riduce in lastre sottili quanto si voglia.”. All’epoca di Augusto Segobriga era al centro di un vero e proprio distretto minerario dove la Selenite veniva estratta ed esportata in tutto l’Impero. Per quasi cinque secoli questa pietra fu largamente impiegata costando molto meno del vetro di Alessandria d’Egitto e di quello, più scadente, prodotto in area siro-palestinese.

In Italia la più grande delle miniere romane di Lapis specularis, nonchè la prima scoperta, è la Grotta della Lucerna, nel Parco della Vena del Gesso Romagnola, presso Imola.

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Ingresso alla Grotta della Lucerna (Foto di Piero Lucci)

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Per chi non lo sapesse, Bologna è la città della Selenite per eccellenza e di conci di questa pietra sono composti, oltre la base della Torre della Garisenda, numerosi palazzi storici e le antiche mura.

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Basamento in blocchi di Selenite della Torre della Garisenda di Bologna
Basamento in blocchi di Selenite della Torre della Garisenda di Bologna

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L’uso di questo materiale, a cui l’antichità riconobbe anche virtù terapeutiche (“La pietra speculare è propria per fermare il sangue, per l’ernie…, essa dissecca l’impetiggine”), cosmetiche (“le femmine alle volte se ne servono per imbiancarsi la pelle”) e magiche (si riteneva che, come la luna, influenzasse le maree e i moti ondosi ed era quindi la pietra protettrice dei navigatori), divenne una vera e propria espressione artistica nel Seicento con la messa a punto della tecnica della Scagliola che, utilizzando polvere di Selenite impastata a colle naturali e a pigmenti colorati, consentiva di imitare il più costoso commesso fiorentino in marmi e pietre dure, prestandosi altrettanto bene a decorare mobili di pregio (piani di tavoli e stipi) e antependi d’altare.

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piano di tavolo in scagliola copia
piano di tavolo in scagliola

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Stipo con pannelli in scagliola, manifattura carpigiana copia
Stipo con pannelli in scagliola, manifattura carpigiana

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L’abbondanza di questo materiale in Emilia-Romagna garantì il successo della scagliola carpigiana nel XVII e XVIII secolo ma anche nella lombarda Valle d’Intelvi, terra secolare di provetti scalpellini e abilissimi stuccatori, questa tecnica raggiunse in quei secoli altissimi esiti.

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Giovan Marco Barzelli (attr.), paliotto in scagliola, 1660-90 c.

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paliotto in scagliola intelvese, don Carlo Belleni, 1664. Grotto, chiesa di S. Stefano copia
paliotto in scagliola intelvese, don Carlo Belleni, 1664. Grotto, chiesa di S. Stefano

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In luogo dei più costosi alabastro e cristallo di rocca, la Selenite venne usata anche nel commesso lapideo dove, dipinta da tergo o sovrapposta a carte colorate, crea suggestivi effetti di trasparenze cromatiche potenziando l’illusionismo delle composizioni naturalistiche.

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Corolle di Fritillaria imperialis
Corolle di Fritillaria imperialis in Selenite tinta in anilina. Corbarelli (attr.), altare del Crocifisso, Duomo di Trento (da Scultura in trentino. Il Seicento e il Settecento, I, Trento 2003, p. 352)

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Spicchi di limone in Selenite dipinta; Domenico Corbarelli, altare del Santisssimo Sacramento, 1708/1711 Calcinato (BS), chiesa parrocchiale

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La più spettacolare miniera  di cristalli giganti di Selenite si trova in Messico a Naica.

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Grotta dei cristalli di Naica, Messico copia
Grotta dei cristalli di Naica, Messico

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a cura di Renata Massa – La Pietra nell’Arte Bresciana 

Una Risposta

  1. Carla grossi

    Assolutamente fantastico il mondo Dell arte. La creatività non si limita al disegno ma reinventa ed esalta il materiale impiegato x la realizzazione.
    Grazie Proessoressa Massa x la passione della sua ricerca.
    Carla