Renata Massa | I Corbarelli

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di Renata Massa

 

CORBARELLI (Corberelli, Corborelli Coribelli).

 

– Famiglia fiorentina di intarsiatori di pietre dure operosi a Padova, Vicenza, Modena, Bologna, Brescia e nel Bergamasco nel corso dei secoli XVII e XVIII. Ai C. va, senza alcun dubbio, riconosciuto un ruolo di fondamentale importanza nella introduzione del commesso a ornati naturalistici e figurato in Italia settentrionale, dove la loro attività si dispiegò senza soluzione di continuità per tre generazioni, coprendo l’arco di un secolo.

 

 

Renata Massa i corbarelli

 

 

Ultima Cena, Vicenza, Santa Corona, Antonio Corbarelli, 1670

 

Pietro Paolo nacque intorno al 1589 a Firenze dove è documentato sino al 1639. La sua attività è nota solo a partire dal soggiorno padovano. Chiamato a Padova come specialista dell’arte del commesso dai monaci benedettini di S. Giustina, eseguì la decorazione in marmi policromi e pietre dure dell’altare maggiore tra il 1637 e il 1643, su disegno di G. B. Nigetti, fratello del più noto Matteo. La presenza del Nigetti e i caratteri stilistici dell’opera non lasciano dubbi sulla provenienza di Pietro Paolo dall’Opificio delle pietre dure di Firenze. Per la stessa chiesa, nel 1648, fu incaricato di eseguire i commessi per l’altare del SS. Sacramento (Bresciani Alvarez, 1961, pp. 60-64, 73 s.).

 

A questa opera, iniziata su disegno di L. Bedogni, e in seguito più volte modificata, collaborarono con Pietro Paolo quattro esperti tagliapietre fatti venire appositamente da Firenze. Le commissioni per S. Giustina indussero Pietro Paolo a soggiornare per lunghi periodi a Padova dove presumibilmente finì con lo stabilirsi definitivamente. La sua presenza a Firenze è documentata fino al 1639. Il 15 settembre 1649 Pietro Paolo morì a Padova, a circa sessant’anni, dopo “mese tre di febre continua …, sotto la parochia di S. Croce” (Sartori, 1976, pp. 460-463). La presenza di due suoi figli, Antonio e Francesco, tra gli iscritti alla fraglia dei tagliapietre di Padova nel 1651 (ibid., p. 64 n. 6) conferma che già da qualche anno la famiglia si era trasferita in questa città.

 

Di Simone, figlio di, Pietro Paolo, è nota la partecipazione ai lavori del tabernacolo del SS.mo Sacramento in S. Giustina, come collaboratore dei fratelli Antonio e Francesco, da un documento datato al 4 giugno 1656 (Sartori, 1976, p. 457).

 

Benedetto, figlio di Pietro Paolo, nato probabilmente a Firenze nella prima metà dei sec. XVII, nel settembre 1666 contrasse matrimonio con Francesca Minorello (dalla quale ebbe quattro figli) in Padova (Sartori, 1965), dove già da tempo risiedeva con la famiglia e lavorava probabilmente nella bottega del padre insieme con i fratelli. Nel 1671 Si trasferì a Vicenza, sicuramente in occasione dell’incarico della decorazione dell’altare maggiore di S. Corona, nella quale già dall’anno precedente figurano impegnati Francesco e Domenico. Come chiaramente risulta dalle note di pagamento, a Benedetto va riconosciuta la maggior parte dei lavori dì commesso della mensa e del tabernacolo dell’altare, per il quale è documentato il suo impegno fino al 1680.

 

Nel 1681 sembra gli siano subentrati Francesco e Domenico. A Vicenza Benedetto aveva una propria bottega con un lapicida, un certo Piero, e due garzoni alle sue dipendenze. Nei lavori per il tabernacolo collaborarono anche due suoi figli, non nominati nei documenti (tutte le notizie in Saccardo, 1981).

 

Nel 1679 fu commissionato a Benedetto il compimento della pietra sepolcrale della tomba del vescovo Civran, che, situata sul pianerottolo della gradinata del coro della cattedrale di Vicenza, fu distrutta dai bombardamenti del 1944. Di essa è però noto il disegno, firmato da Benedetto nel 1679, nella realizzazione del quale però gli subentrò nel 1681 il nipote Domenico (Saccardo, 1982). Recenti studi (ibid., pp. 130, 159 n. 67) tolgono a Benedetto la paternità dei lavori per la gradinata e gli ornamenti mancanti del coro della cattedrale di Vicenza che tradizionalmente gli erano attribuiti (A. Magrini, Notizie storiche descrittive della chiesa cattedr. di Vicenza, I, Vicenza 1848, p. 92; Arslan, 1950). Nell’assunzione da parte di Francesco e di Domenico, nel 1681, dei lavori intrapresi da Benedetto è un chiaro indizio del trasferimento di quest’ultimo al servizio del duca di Modena (Campori, 1879), che lo chiamò a dirigere un laboratorio di pietre dure con i suoi due figli. Gli si attribuisce (Thieme-Becker) anche l’altare di S. Lucina a Bologna.

 

Antonio, figlio di Pietro Paolo, nacque probabilmente a Firenze nella prima metà del sec. XVII. Recenti scoperte archivistiche (Brescia, Bibl. Queriniana, Arch. storico civico…, 1718-19) consentono di distinguerlo dal suo omonimo nipote, che era figlio del fratello Francesco. Iscritto dal 1651 alla fraglia dei tagliapietre di Padova, dal 1656 al 1676 fu impegnato nella realizzazione del tabernacolo dell’altare del SS. Sacramento di S. Giustina a Padova iniziato dal padre (Bresciani Alvarez, 1961), lavoro in cui ebbero una parte, sebbene marginale, anche i fratelli Francesco e Simone (Sartori, 1976, p. 456). Nel frattempo, in collaborazione con il fratello Francesco, eseguiva ira il 1665 e il 1667 i commessi degli altari maggiori (perduti) di S. Agostino, su incarico del domenicano G. Bovio, e della chiesa dello Spirito Santo a Padova. L’intervento di Antonio all’altare maggiore di S. Corona a Vicenza, nella decorazione del quale ebbero una parte determinante i fratelli Benedetto e Francesco e il nipote, figlio di quest’ultimo, Domenico, è testimoniato dalla iscrizione posta in calce al riquadro destro del Parapetto: “Ant. Corberelli Flo. F. MDCLXX”.

 

Nel 1672 egli si impegnò a realizzare, in collaborazione col fratello Francesco, i commessi degli altari di S. Paolo e di S. Mauro in S. Giustina; il 10 dic. 1675 si impegnò a eseguire quelli dell’altare di S. Daniele e il 30 nov. 1676 quelli dell’altare di S. Gerardo, sempre in S. Giustina (Sartori, 1976, p. 457).

 

Nel 1676 realizzò, con Francesco, l’altare della cappella della Croce nella basilica del Santo a Padova. Tra il 1679 e il 1682 portò a compimento i commessi degli altari laterali di S. Giustina (dei SS. Innocenti, di S. Giuliano Confessore, di S. Massimo, di S. Arnaldo, di S. Urio e di S. Felicita), su disegno di A. Tremignon. Nel 1681 risulta abitare a Padova., “in contrà dì Orffanì” (Sartori, 19673 p. 457). Nel 1687 firmò con il figlio Pietro Paolo (nato probabilmente a Padova nella seconda metà del secolo XVII) il contratto per l’altare maggiore di S. Domenico a Brescia (perduto) che fra’ Serafino Piccinardi, dell’Ordine dei predicatori di Brescia, allora professore di teologia a Padova, volle donare al suo convento d’origine (Archivio di Stato di Brescia, S. Domenico, mazzo XIX, fasc. 34).

 

Francesco, figlio di Pietro Paolo, nacque probabibnente a Firenze nella prima metà del sec. XVII. Iscritto, già nel 1651, alla fraglia dei tagliapietre di Padova, è presente in un documento del 1656 per opere al tabernacolo dell’altare del SS. Sacramento di S. Giustina, eseguito in gran parte dal fratello Antonio (Sartori, 1976, p. 456).

 

Nel primo periodo della sua attività, a Padova, egli collaborò con il fratello Antonio (commessi degli altari maggiori, perduti, delle chiese padovane di S. Agostino e dello Spirito Santo, 1665-67; di S. Corona a Vicenza, 1669-70; degli altari di S. Paolo e di S. Mauro in S. Giustina a Padova, 1672; della cappella della Croce nella basilica del Santo a Padova, 1676). Nel 1668 risulta abitare a Padova, “in contrà di S. Benedetto”. Dal 1669 al 1672 è impegnato nella realizzazione del tabernacolo dell’altare maggiore di S. Agata a Padova (Sartori, 1976, pp. 458-59). Inoltre, il domenicano Giorgio Bovio, committente dell’altare di S. Agostino, volle commissionargli nel 1699 anche i commessi di un nuovo altare del Rosario nella stessa chiesa su modello di quello in SS. Giovanni e Paolo a Venezia, anch’esso pertanto da annoverarsi tra le probabili opere di Francesco (Sartori, 1965, p. 67).

 

Dal 1681 al 1685 Francesco risulta impegnato con Domenico ed altri figli, non nominati nei documenti, nei lavori della decorazione dell’altare maggiore di S. Corona a Vicenza, a compire i quali egli subentrò al fratello Benedetto (Saccardo, 1981, p. 391). Nel 1683 disegnò la pianta, aggiustata da Giuseppe Sardi, dell’altare maggiore di S. Faustino a Vicenza. Licenziato dai lavori per l’ostilità degli scultori Marinali, impegnati nell’impresa, ma successivamente riassunto, ebbe l’incarico di fare un disegno della pietra sepolcrale di Giovanni Maria Marchesini, committente del predetto altare di S. Faustino. Il progetto, corretto da G. Sardi, fu scartato perché venne giudicato migliore quello presentato dal pittore Antonio Zanchi. Nell’ottobre del 1683 Francesco venne liquidato per le sue competenze (Saccardo, 1981, pp. 166 s., 174, 184).

 

Successivamente si trasferì, per motivi ancora ignoti, a Brescia dove avviò una fiorente bottega con i figli Domenico, Antonio e, forse, Gian Battista e Giuseppe. Con la collaborazione dei primi due intraprese nel 1685 la costruzione dell’altare maggiore di S. Maria della Carità, che impegnò gli artisti fino al 1696 (Arch. di Stato di Brescia, Luoghi pii, Carità, Registro dellaMadonna della Carità…). Sempre con Antonio e Domenico egli firmò nel 1693 l’altare della Madonna del Rosario in S. Domenico, ora a Londra (London Oratory, cappella della Madonna: Napier, 1973; Kilburn, 1975).

 

Francesco morì in data imprecisata: comunque nella richiesta di cittadinanza bresciana presentata dai suoi figli nel 17 18 risulta già morto (Brescia, Bibl. Queriniana, Arch. storico civico, registro 784, Provvisioni). Dalla lettura delle fonti e dei documenti sembra che Francesco fosse assai richiego a Brescia anche per opere di intaglio e che avesse competenza anche nel campo architettonico.

 

Dei figli di Francesco, poca rilevanza dovettero avere GianBattista e Giuseppe, dei quali infatti poco o nulla si sa se non che nel 1718 chiesero la cittadinanza bresciana. Ambedue lavorarono probabilmente nella bottega del padre a Brescia. Inoltre Giuseppe deve aver avuto una parte, come sembra suggerire il contratto del 1687, nell’esecuzione dei commessi dell’altare maggiore di S. Domenico a Brescia (perduto), che era stato cominissionato allo zio Antonio e al cugino Pietro Paolo.

 

Domenico, anche lui figlio di Francesco, nacque probabilmente a Padova-nel 1656 circa. Nel 1670 accompagnò a Vicenza il padre, commissionato per eseguire i rimessi del paliotto dell’altare di S. Corona dal domenicano Giorgio Bovio, lo stesso che commissionò a Francesco i commessi dell’altare maggiore di S. Agostino a Padova. La scena dell’UltimaCena fu da essi realizzata nel 1670 a rimesso su disegno simile a quello del paliotto dell’altare maggiore di S. Lorenzo a Firenze. Ma la partecipazione dì Domenico all’impresa dell’altare si fece determinante soprattutto a partire dal 1681, quando subéntrò, con il padre, allo zio Benedetto: dall’8 novembre 1680 all’8 novembre 1681 Domenico risulta infatti iscritto, con il fratello Antonio, alla fraglia vicentina dei lapicidi e muratori e l’8 novembre 1683 entrò anche nel ballottaggio per la gastaldia della medesima. La sua presenza a Vicenza per i lavori di S. Corona è documentata fino al 1685 (Saccardo, 1981). Nell’aprile 1681 Domenico subentrò a Benedetto anche nei lavori di compimento della pietra sepolcrale della tomba del vescovo Civran, nella cappella maggiore della cattedrale di Vicenza (Saccardo, 1982, pp. 128, 130).

 

A partire dal 1685 Domenico fu attivo a Brescia, dove si stabilì col padre ed i fratellì con i quali eseguì commissioni (altare maggiore di S. Maria della Carità, 1685-1698; altare della Madonna del Rosario in S. Domenico, ora a Londra, London Oratory, cappella della Madonna, 1693). Da Brescia mantenne però i contatti con Padova, dove risiedeva la famiglia dello zio Antonio: nel 1689 infatti concorse, senza successo, per la fabbrica del santuario delle Reliquie nella basilica del Santo. Dal 1695 al 1715 eseguì, in collaborazione con il fratello Antonio, tutti gli altari dell’abbazia benedettina di San Paolo d’Argon in provincia di Bergamo (Dreoni, 1980). Nella stessa provincia egli lavorò per l’altare maggiore della chiesa parrocchiale di Clusone. tra il 1704 e il 1713 circa, e per l’altare della Madonna del Rosario della chiesa di S. Maria Assunta a Vertova, iniziato su disegno di G. B. Caniana nel 1708 e lasciato incompiuto nel 1711 per controversie con la committenza (Carrara, 1979). Frutto della collaborazione tra i due fratelli è anche il paliotto dell’altare dei SS. Francesco e Domenico in S. Giuseppe a Brescia. Il 10 genn. 1710 Domenico stipulò il contratto per la costruzione, “dalla mensa in su”, dell’altare del SS. Sacramento in S. Agata a Brescia (Massa, 1981), realizzato su suo disegno.

 

Nel 1708 Domenico risulta essere diviso dal padre e gestire in proprio una bottega, probabilmente insieme con Antonio. Nel 1718 chiese la cittadinanza bresciana (Brescia, Bibl. Queriniana, Arch. stor. civico, registro 784, Provvisioni 17181719). A partire dal 1721 i padri filippini di S. Maria della Pace, che avevano intrapreso la fabbrica della loro nuova chiesa, gli pagarono ogni anno, fino al 1731, l’affitto delle camere dei tagliapietre impegnati nell’impresa (Brescia, Arch. di S. Maria della Pace, Libro della Fabbrica). In una polizza d’estimo del 1722 Domenico dichiara di avere sessantasei anni e di vivere, esercitando il mestiere del tagliapietre, con la moglie Lucia settantacinquenne, una sorella nubile, Teresa, e una serva, nella quarta quadra di S. Faustino, in contrada S. Giovanni (Arch. di Stato di Brescia, Polizze e petizioni d’estimo, 1723, b. 193 f. 45). Morì presumibilmente a Brescia in tarda età, dopo il 1731.

 

Antonio, altro figlio di Francesco, nato anche lui con tutta probabilità a PadoVa nella seconda metà del sec. XVII, ebbe una parte, seppur marginale, nei lavori dell’altare maggiore di S. Corona a Vicenza per i quali è registrato un pagamento a suo nome il 22 aprile 1672 (Saccardo, 1981, p. 381). A Vicenza dove dal 1670 si era stabilito col padre si sposò ed ebbe due figli (a uno dei quali funse da padrino di battesimo lo scultore Orazio Marinali). Dall’8 nov. 1680 all’8 nov. 1681 risulta iscritto, col fratello Domenico, alla fraglia dei tagliapietre e muratori di Padova (ibid., pp. 371, 394 n. 1). La sua attività è nota a partire dal suo trasferimento, al seguito del padre e dei fratelli, a Brescia, avvenuto intorno al 1685 circa. Qui risulta impegnato prima nei lavori della bottega paterna (altar maggiore di S. Maria della Carità, 1685-1698; altare della Madonna del Rosario già in S. Domenico, ora nel London Oratory, cappella della Madonna, 1693), Poi in opere in collaborazione con il fratello Domenico (altari dell’abbazia benedettina di San Paolo d’Argon, 1695-1715; altare dei SS. Francesco e Domenico in S. Giuseppe a Brescia). Nel 1702 fornì marmo di Carrara per il “deposito di Nazaret” che il vescovo Marco Dolfin aveva in animo di erigere probabilmente nella cappella vescovile (Brescia, Arch. vescovile, 17021708, Scontro delli operaij con il libro di spese che fa ilVescovoDolfin, cc. 11v-12r).

 

Probabilmente condivise con Domenico la bottega che questi risulta aver gestito in proprio dopo essersi separato dal padre prima del 1708. Nel 1718 chiese la cittadinanza bresciana (Brescia, Bibl. Queriniana, Arch. storico civico, registro 784 …). Dal 1720 al 1734 fli pagato per opere eseguite per la chiesa dei padri filippini di S. Maria della Pace: l’intaglio di alcuni capitelli corinzi, su disegno di G. Massari, e di numerosi modiglioni, fornitura di attrezzi e di sagome per i tagliapietre, perizie e consulenze, testimonianze nei contratti e la vendita di marmo verde antico che, avvenuta la sua morte, i padri finirono di pagare alla vedova Teresa.

 

Antonio morì a Brescia nel 1735 e il 19 marzo fu sepolto nella chiesa di S. Maria della Pace (Brescia, Arch. di S. Maria della Pace). Lasciò in dono alla sacrestia della stessa chiesa un Crocifisso in legno di bosso e avorio con piedistallo a commessi di marmi policromi, tuttora conservato (quest’ultimo sicuramente opera sua).

 

Un altro Antonio Corbarelli si iscrisse alla fraglia dei tagliapietre e muratori di Vicenza nel 1685 (Saccardo, 1981, p. 395 n. 1).

A differenza di gran parte della coeva produzione fiorentina e di quella settecentesca napoletana, facenti capo al mecenatismo delle corti principesche dei Medici e dei Borboni, quella dei C., con la sola eccezione nota di Benedetto, assunto al servizio del duca di Modena, interessò soprattutto la committenza ecclesiastica e si espresse pertanto prevalentemente nella decorazione degli altari.

 

Con la realizzazione dei ciborio dell’altare del SS. Sacramento di S. Giustina da parte di Pietro Paolo [I] e del figlio Antonio fu introdotto a Padova il gusto per la decorazione degli altari con pannelli figurati a commesso, gusto che, sviluppatosi a Firenze nell’ambiente della corte medicea agli inizi del ‘600, ebbe una delle prime e massime realizzazioni nell’altare della cappella dei principi in S. Lorenzo. Nel ciborio di S. Giustina il commesso figurato è limitato alla rappresentazione dell’UltimaCena e dellaResurrezione in piccoli pannelli rettangolari, mentre nell’altar maggiore di S. Corona a Vicenza (Benedetto, Antonio [I] con Francesco e Domenico) ha il compito di svolgere un coniplesso programma dottrinale nelle varie scene dispiegate sulle superfici del paliotto e dell’alzata per i candelieri. Questo gusto per l’inserimento di “pitture di pietra” nella compagine dell’altare, a cui si dimostrano interessati soprattutto i domenicani, trovò compiuta espressione anche nelle numerose scene figurate che dovevano omare gli altari maggiori, perduti, di S. Agostino a Padova (Antonio [I] e Francesco) e S. Domenico a Brescia (Antonio [I] con il figlio Pietro Paolo), rendendoli compendi iconografici al servizio di ben precisi programmi di catechesi visiva. Ma nella produzione dei C. sono trattati anche vari altri generi figurativi, dei quali gli altari laterali di S. Giustina (Antonio [I] offrono un vasto campionario: dalle prospettive urbane dell’altare di S. Felicita alla natura morta con strumenti musicali dell’altare di S. Arnaldo; più frequenti sono tuttavia i commessi su fondo di marmo nero del Belgio raffiguranti elementi fioreali e vegetali di significato eucaristico in cui l’arabesco lineare si intreccia con ornati fitozoomorfici in equilibrate ed eleganti composizioni variate all’infinito. Assai vario è in queste opere il repertorio di uccelli, farfalle e graziosi animaletti di ogni sorta, resi con notevole illusionismo naturalistico e colti con la vivace immediatezza che caratterizza la coeva produzione fiorentina.

 

La novità dei commesso “alla fiorentina”, di cui i C. furono portatori, fu recepita a Brescia con cautela e con una certa diffidenza, almeno nei primi anni: ne fa fede l’altare maggiore di S. Maria della Carità, la prima opera nota di Francesco, Antonio e Domenico nella città, in cui per la prima volta gli ornati sono geometrici, astratti, per soddisfare evidentemente le precise richieste di una committenza che nelle sue scelte si rivela ancora legata a soluzioni ornamentali in uso almeno già da cinquant’anni. Ai gusti bresciani si adeguarono ancora i commessi del paliotto dell’altare di S. Francesco e S. Domenico in S. Giuseppe, identico a quello realizzato tra il 1705 e il 1707 per l’altare dei Santi tutelari di Bergamo e di S. Antonio da Padova nell’abbazia benedettina di San Paolo d’Argon (Antonio [II] e Domenico). Stando così le cose, l’altare maggiore di S. Domenico (Antonio [I] con Pietro Paolo [II] fu comunque recepito come una novità straordinaria dall’anibiente bresciano, dei cui sentimenti di meraviglia si fece interprete F. Paglia (1660-75) celebrandone soprattutto la “verità” illusionistica delle raffigurazioni. La presenza nel territorio bresciano di maestranze, da secoli esperte nella lavorazione del marmo, garantì, comunque, un aggiornamento delle botteghe che, acquisendo progressivamente la capacità di “mimesis” naturalistica dei modelli dei C., avviarono, a partire dal secondo decennio del secolo, una produzione locale di altissima qualità. Il contributo dei C. risulta fondamentale, sia per l’introduzione di motivi iconografici e compositivi sia per l’acquisizione da partd dei tagliapietre bresciani di quegli accorgimenti tecnici indispensabili alla resa naturalistica e tridimensionale della realtà, come lo scurimento mediante calore di certi tipi di marmo e la dipintura da tergo dell’alabastro per ottenere effetti di sfumatura e trasparenza.

 

Va d’altronde osservato che anche negli ornati naturalistici delle opere bresciane viene ridotto, rispetto alle opere padovane, il repertorio figurativo e ciò non solo per adeguamento alla realtà locale bresciana ma anche, da una parte, per il venir meno del rapporto con l’ambiente fiorentino, dall’altra, per problemi organizzativi interni alla bottega, che vediamo orientarsi verso la produzione in serie dei commessi. Mancando a Brescia una committenza eccezionale come quella che aveva reso possibile l’altare maggiore di S. Domenico, i C. non ebbero più occasione di cimentarsi nella rappresentazione di complesse scene figurate o di paesaggi.

 

Per i caratteri stilistici sono attribuibili alla loro bottega, in Brescia, i commessi dell’alzata per i candelieri dell’altare di S. Antonio Abate e S. Antonio da Padova in S. Giuseppe, dell’altare maggiore di S. Clemente, dell’altare della chiesetta delle Grazine, di quello delle reliquie in S. Maria delle Grazie, dell’altare del SS. Sacramento in S. Agata. Sulla base di confronti con opere note si possono, inoltre, riferire ai C. il terzo altare a sinistra della chiesa parrocchiale di Bedizzole (Brescia), il cui paliotto replica il disegno dell’altare dei Santi tutelari di Bergamo e di S. Antonio in San Paolo d’Argon, l’altare di S. Stefano del duomo di Salò, e l’altare maggiore della chiesa parrocchiale di Calcinato (Brescia), i cui commessi sono identici a quelli dell’altare del Rosario che era stato eseguito da Domenico nella chiesa parrocchiale di Vertova, l’altare di S. Michele, sempre nel duomo di Salò, e, nella chiesa bresciana di S. Giuseppe, le decorazioni della lastra sepolcrale della Società dei coniugati.

 

Il trasferimento di Francesco e dei suoi figli a Brescia sembra segnare importanti cambiamenti nell’organizzazione della bottega, che venne assumendo un carattere imprenditoriale: mentre nelle opere di Padova e di Vicenza essi prestano la propria opera soprattutto come specialisti del commesso, a Brescia il campo delle loro prestazioni si dilata, comprendendo anche, oltre alla fornitura di marmi e attrezzi da lavoro, perizie, consulenze, assistenze ai contratti, lavori di intaglio, disegno e progettazione architettonica. “Le evidenti analogie” riscontrabili tra gli altari di S. Maria della Carità e del Rosario già in S. Domenico a Brescia, e quelli della Vergine del Riscatto e del Crocifisso dell’abbazia di San Paolo d’Argon, replicanti lo stesso schema architettonico adottato dai C. anche nell’altare maggiore di S. Corona a Vicenza e avente il suo prototipo nel ciborio dell’altare del SS. Sacramento di S. Giustina. a Padova, inducono ad attribuire ad essi anche un ruolo nella diffusione a Brescia e nel Bergamasco di quella che il contemporaneo Averoldo (1700) definì, riferendosi all’altare del Rosario di S. Domenico, “moderna architettura” perfettamente à la page col gusto del pieno barocco veneziano, quale venne affermandosi con le opere di Giuseppe Sardi e di Alessandro Tremignon a S. Giustina, qui operosi con i C. che ne assimilarono, evidentemente, i modi progettuali e i gusti decorativi.

 

Lo schema classicheggiante, di impronta sansoviniana interpretato in chiave plastica e pittorica, che caratterizza il ciborio dell’altare maggiore di S. Maria del Carmine a Brescia, indurrebbe ad attribuire ai C. anche quest’opera.

 

Negli altari dei Santi tutelari di Bergamo e di S. Antonio da Padova, di San Paolo d’Argon e del SS. Sacramento di S. Agata a Brescia i C. dimostrarono invece di adeguarsi a un “tipo” architettonico assai diffuso a partire dal primo decennio del sec. XVIII nel Bresciano e nel Bergamasco, caratterizzato da superficì dinamicamente mosse, elementi curvilinei e volute barocche, secondo ìmodi architettonici diffusi dalla Prospectiva pictorum et architectorum di P. A. Pozzo (1 ed., Romae 1693-1702).

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da Dizionario Biografico degli Italiani – Volume XXVIII (1983), Roma, pp. 712/718

ENCICLOPEDIA TRECCANI, LA CULTURA ITALIANA.

 

Renata Massa | I Corbarelli

 

 

 

Fonti e Bibl.: Archivio di Stato di Brescia, S. Domenico, mazzo XIX, fasc. 34 (Antonio [I], Giuseppe, Pietro Paolo [III); Ibid., Luoghi pii,Carità di Brescia, Registro della Madonna della Carità da maneggiarsi dal Superiore che secondo i tempi sarà eletto al governo di essa et del Pio Luogo delle Suore Convertite, anni 1685-1696 (Domenico, Francesco, Antonio [III); Ibid., S. Domenico, “Brescia, II S.Domenico, sec. XVXVIII rendiconti e carte varierendiconti secolo XVIII“e “1741 – Notta dello speso nella chiesa di S. Domenico di Brescia nel Priorato dei Padre massaro Festari“; Brescia, Arch. di S. Maria della Pace, Libro della fabbrica della chiesa F/V/48, anni 1721-31 (Antonio [II], Dom.); Libro F/IV/2, anno 1735 (Antonio [II]]; Brescia, Biblioteca Queriniana, Arch. stor.-civico, registro 784.Provvisioni 1718-1719, cc. 12v, 13r (Domenico, Francesco, Antonio [II], Giovanni Battista e Giuseppe); F. Paglia, Il giardino della pittura [1660-1675], a cura di C. Boselli, in Supplem. ai Commentari dell’Ateneo di Brescia per l’anno 1967, Brescia 1968, p. 277 (Antonio [I]); G. A. Averoldo, Le scelte pitture di Brescia, Brescia 1700, p. 131 (Domenico, Francesco, Antonio [II]); P. Baldarini,Descrizione delle architetture, pitture e scolture di Vicenza, I, Vicenza, 1779, p. 14 (Antonio [I]); G. Campori, in Atti e mem. della Dep.di st. patria per l’Emilia, n. s., IV (1879), 1, pp. 33-36 (Benedetto); D. Bortolan, S. Corona, chiesa e convento dei domenicani, Vicenza, 1889, pp. 249-250 (Francesco e Domenico), 254 (Antonio [I]); L. F. Fé d’Ostiani, Storia, tradiz. ed arte nelle vie di Brescia (1895-1905), a cura di P. Guerrini, Brescia 1927, p. 87 (Francesco, Antonio [II]); P. Guerrini, Il VII centen. di s. Domenico, in S. Domenico e i domenicani a Brescia, Brescia 1929, p. 266 (Francesco, Antonio [II]); Catal. delle cose d’arte d’Italia, E. Arslan, Vicenza, I, Le chiese, Roma 1950, pp. 24 (Benedetto), 0 (Antonio [I], Francesco); C. Boselli, Note d’archivio, in Commentari dell’A teneo di Brescia, CLV (1956), p. 120 (Antonio [I], Pietro Paolo [II]); G. Bresciani Alvarez, L’opera del Bedogni, del Sardi e del Tremignon nell’altare del Santissimo della chiesa di S. Giustina a Padova, in Boll. del Museo civico di Padova, I (1961), pp. 60-79 (Antonio [I]), 60-64, 73 S. (Pietro Paolo [I]), 64 n. 6 (Francesco); Id., L’opera architett. di F. Parodi nel santuario delle Reliquie della basilica del Santo, in Il Santo, II (1962), p. 206 (Antonio [I]); A. Sartori, Il santuario delle Reliquie della basilica del Santo a Padova, ibid., p. 147; Id.,Fortunose vicende d’una statua di S. Antonio, ibid., V (1965), pp. 59 (Benedetto, Pietro Paolo [I]), 101 (Antonio [I]), 59, 67, 84, 97 s., 100-102 (Francesco); La basilica di S. Giustina, Padova 1970, pp. 291 (Pietro Paolo [I]), 295 S. (Antonio [I]); C. Napier. The London Oratory, London 1973, pp. n.n. (Antonio [II], Francesco, Domenico); C. Boselli, Arte e st. nella chiesa della Carità, Brescia 1974, pp. 8 ss., 23 (Antonio [II], Domenico); G. Bresciani Alvarez, Le opere dell’età bar. in S. Giustina, in Padova. Basil. e chiese, Vicenza 1975, pp. 130 ss. (Pietro Paolo [I], Antonio [I]); E. Kilburn, A walk round the church of the London Oratory, London 1975, pp. 23 s. (Antonio [II], Francesco, Domenico); A. Sartori, Doc. per la st. d. arte a Padova, Vicenza 1976, pp. 456-463 (Pietro Paolo [I], Antonio [II] e Francesco), 497 (Domenico); I Fantoni: quattro secoli di bottega di scultura, Vicenza 1978, pp. 119, 122 (Domenico); L. Anelli, Colloquio col Bagnatore, in Brixia sacra, n. s., I-II (1978), pp. 14 s. e n. 6 (Antonio [II], Domenico); S. Carrara, Prepositurale S. Maria AssuntaVertovaCalendario, Vertova 1979 (Domenico, Francesco); L. Dreoni, Ilmonast. di S. Paolo d’Argon, in Monasteri benedettini in Lombardia, Milano 1980, pp. 188 s. (Antonio [II], Domenico); R. Massa, L’altare di Domenico C. e la decorazione della cappella del SS. Sacramento nella chiesa di S. Agata a Brescia, in Brixia sacra, n.s., XVI (1981), 1-3, pp. 14-39 (Antonio [II], Domenico), 17 (Antonio [I], Francesco, Pietro Paolo [II]); Altari marmorei barocchi, in Le alternative del barocco. Architettura e condizione urbana a Brescia nella prima metà del Settecento, Brescia 1981, pp. 387 s., 397 (Antonio [I], Antonio [II], Domenico, Francesco, Pietro Paolo [II]); M. Saccardo, Notizie d’arte e di artisti vicentini, Vicenza 1981, pp. 170, 371, 377-383, 385-388, 390 s., 393, 395 (Benedetto); 170, 371, 373, 382, 388-391, 396 (Domenico); 119, 164, 166 s., 170, 173-175, 184, 371, 373, 388-391, 396 (Francesco); 170, 371, 373, 390, 394 s., 397, 408 (Antonio [I]); 371, 381, 391 n. 1 (Antonio [II]); Id., Ilparamento Civran nella cappella maggiore della cattedrale di Vicenza, in Scritti e memorie in onore di mons. Carlo Fanton nel cinquantesimo di sacerdozio, Vicenza 1982, pp. 126-130, 159 (Benedetto e Domenico); U. Thieme-F. Becker, Künstlerlexikon, VII, p. 389 (Antonio, con dataz. sbagliata; Benedetto).