Nascita e diffusione della decorazione lapidea a “commesso”

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La tecnica del commesso (dal latino committere = congiungere) venne elaborata nel Cinquecento come recupero dell’antico opus sectile romano. 

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opus sectile, Roma Basilica di Giunio BassoLe ninfe di Misia rapiscono Ila 2 copia
Le ninfe di Misia rapiscono Ila. Opus sectile, Roma, Basilica di Giunio Basso

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Inizialmente praticata a Roma per il suntuoso rivestimento di cappelle gentilizie e per preziosi piani di tavolo di rappresentanza con il prevalente utilizzo di pietre e marmi archeologici composti secondo disegni geometrici, essa raggiunse i massimi esiti nell’Opificio delle pietre dure di Firenze, istituito nel 1588 da Ferdinando de’ Medici.

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Piano di tavolo, commesso giometrico, 1570-1580, Birmingham, Aston Hall
Piano di tavolo, commesso giometrico, 1570-1580, Birmingham, Aston Hall

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La produzione dell’Opificio mediceo si orientò decisamente su  soggetti naturalistici e figurativi in pietre dure, determinando  il successo di questa difficile arte che conquistò le corti italiane ed europee.

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Tavola dei fiori sparti, commesso in pietre dure, opificio delle pietre dure, 1614-1621, Firenze, Uffizi
Tavola dei fiori sparti, commesso in pietre dure, opificio delle pietre dure, 1614-1621, Firenze, Uffizi

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Maestranze fiorentine vennero infatti chiamate a dirigere le celeberrime manifatture, volute sul modello di quella medicea, da Rodolfo II d’Asburgo a Praga, da Luigi XIV ai Gobelins (1667) e da Don Carlos di Borbone  a Napoli (1738). Alla direzione di un laboratorio di pietre dure venne chiamato dai duchi estensi a Modena nel 1680 anche  il fiorentino Benedetto Corbarelli.

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stipo da tavolo, commessi in diaspri di Boemia, manifattura praghese, 1620, Los Angeles, County Museum of Arts
Stipo da tavolo, commessi in diaspri di Boemia, manifattura praghese, 1620, Los Angeles, County Museum of Arts

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Contemporaneamente, l’arte del commesso trovava straordinarie opportunità di  impiego anche nel rivestimento degli altari che, grazie alla “pittura di pietra” potevano offrire al fedele occasioni di istruzione religiosa e spunti di devozione, finalità didattiche particolarmente sentite dall’Ordine domenicano. Per i Domenicani i maestri di origine fiorentina Corbarelli realizzarono l’altare maggiore di Santa Corona a Vicenza (1670-1686),   che resta a testimoniare la grandiosità e suntuosità dei loro perduti altari maggiori di S. Agostino a Padova (1664-1667) e di San Domenico a Brescia (1687. vedi in merito Renata Massa, La Pietra nell’Arte Bresciana. Decorazioni e tecniche, botteghe e maestri nel Seicento e Settecento, Brescia 2013) 

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Altare Maggiore di S. Corona, Vicenza 1670-1686, Francesco, Antonio, Domenico e Benedetto Corbarelli
Altare Maggiore di S. Corona, Vicenza 1670-1686, bottega dei Corbarelli

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a cura di Renata Massa