Un’intrigante pietra dimenticata: la Volpinite (a cura di Renata Massa)

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Il restauro delle due statue seicentesche ai lati dell’altare della Madonna di S. Luca in S. Maria del Carmine di Brescia ha accertato che i due magnifici angeli, purtroppo pervenuti privi delle ali, sono di Volpinite, un alabastro gessoso che prende il nome dal comune bergamasco di Costa Volpino in Valle Camonica, presso Lovere.

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L'angelo a sinistra dell'altare prima (foto A. Luisa) e dopo il restauro a cura di R.e I. Giangualano
L’angelo a sinistra dell’altare prima (foto A. Luisa) e dopo il restauro a cura di R.e I. Giangualano

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La cava, abbandonata da alcuni decenni, è attualmente al centro di progetti di ripristino e riqualificazione ambientale.

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Costa Volpino mappa

 

 

cava di volpinite a Costa Volpino (BG)
cava di volpinite a Costa Volpino (BG)

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campione di volpinite
campione di volpinite

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Di colorazione grigio-azzurrognola, venata e spesso zonata, la Volpinite ha un basso grado di durezza (3- 3.5 circa nella scala di Mohs) ed è quindi facile da lavorare e lucidare, con risultati di trasparenza alabastrina che ne esaltano la bellezza delle venature. Assorbe tuttavia l’umidità che nel tempo la trasforma in gesso sebbene il suo utilizzo anche in opere all’aperto sia ben documentato nei protiri dei Leoni Bianchi e dei Leoni Rossi di S. Maria Maggiore di Bergamo (Giovanni da Campione, 1360 e 1367), nel rosone e nelle finestre inferiori della attigua cappella Colleoni, gioiello dell’architettura rinascimentale lombarda (1478).

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S. Maria Maggiore, Bergamo; protiro dei leoni bianchi e colonnina intagliata in volpinite

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Cappella Colleoni, Bergamo . Colonnine di Volpinite in una finestra inferiore

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Cappella Colleoni, Bergamo, rosone con colonnine radiali in volpinite

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Per il suo aspetto marmoreo nonchè per l’accessibilità economica, la Volpinite ebbe felicissimo impiego nell’arredo degli altari, prestandosi all’intaglio ornamentale, alla decorazione a commesso e alla realizzazione di statue. Documentato è il suo utilizzo nella statuaria da parte di Andrea Fantoni di Rovetta (BG). Anche per i lapicidi bresciani essa dovette rappresentare una valida alternativa non solo al costoso e pregiato Carrara ma anche ai rinomati Bianchi locali quali il Vezza d’Oglio e il Botticino come dimostrano i due angeli del Carmine, riconducibili stilisticamente alla bottega dei Carra. E proprio Carlo Carra si impegnava, con contratto del 7 dicembre 1645, a fornire “doi angeli di marmo di Bolpino” per il paliotto del perduto altare del SS.mo Sacramento in S. Alessandro di Brescia.

Al seguito di lapicidi lombardi, laVolpinite figura impiegata anche nalla produzione altaristica settecentesca del Piemonte orientale.

Alla notorietà che esso godette anticamente corrisponde oggi una diffusa ignoranza su questo litotipo, ben descritto ancora nel 1886 da Gabriele Rosa che nella sua Guida al Lago d’Iseo ed alle Valli Camonica e di Scalve (p.58) così ricordava la celebrità di Volpino: “diventato nome mondiale pella Volpinite, solfato di calce, o gesso, silicifero anidro, detto anche bradilio, coll’aspetto di alabastro azzurrino venato, atto pure alla statuaria…”

Un’indagine sistematica, quanto mai auspicabile, dei materiali lapidei impiegati nel Bresciano e nel Bergamasco nella statuaria e in opere di intaglio ornamentale e di commesso (come per esempio i paliotti d’altare) riserverebbe molte sorprese, consentendoci una identificazione più precisa dei litotipi di cui sono ricchissimi questi nostri territori, facendo anche chiarezza su quelli che oggi, in nome della comune tonalità grigio-azzurra, vengono indistintamente e sbrigativamente classificati come Bardigli, come, appunto, la stessa Volpinite.

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a cura di Renata Massa  

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Renata Massa, La Pietra nell’Arte bresciana. Decorazioni e tecniche, botteghe e maestri nel Seicento e Settecento, Brescia 2013