Maestri della pietra bresciani nella vecchia Pieve di Calcio

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Nello spazio disadorno della Vecchia Pieve di Calcio il grande protagonista è lo spettacolo barocco dei sui altari, scintillanti di tarsie di pietre colorate che compongono un variopinto repertorio faunistico e botanico intorno a vasi e bouquet floreali (altari della Madonna del Rosario e di Santa Croce) e figure di santi (San Giuseppe e la Vergine Addolorata).

E’ il trionfo della decorazione a “commesso” di soggetto naturalistico, che, già praticata dai Romani (opus sectile), richiedeva non comuni abilità professionali e una profonda conoscenza delle pietre. Come suggerisce la derivazione del termine dal verbo latino “committere“, che significa congiungere, essa consiste nell’accostare sagome di pietra di diversa colorazione e dello spessore costante di 2-4 mm. per comporre, come in un puzzle, l’immagine voluta, tratta da un disegno, un dipinto o un’incisione. Per il buon esito dell’opera sono indispensabili grande precisione nel taglio e nell’incollaggio delle sezioni lapidee, estrema abilità nelle delicate operazioni di pulitura e lucidatura nonchè l’assoluta padronanza delle tecniche atte a creare artificialmente trasparenze e ombreggiature.

Di fronte a queste “pitture di pietra” condividiamo ancora oggi la meraviglia provata alla fine del Seicento da Francesco Paglia al cospetto dell’altare maggiore di San Domenico, il primo capolavoro a commesso bresciano, purtroppo perduto, affidato nel 1687 ai fiorentini Corbarelli: “Mirate la nobilissima fattura (…), che bellezza di marmi rilucenti, che vaghezza di fiori, di frutta, di rabeschi, con la naturalezza di quegli uccelletti che per verità non paiono marmi ma cose naturali vive e vere”.

Il riferimento a Brescia e ai Corbarelli non è casuale: gli altari della Vecchia Pieve sono infatti da ritenersi notevoli esemplari di quella produzione altaristica bresciana che, fatta propria la decorazione a commesso lapideo importata a Brescia dai fiorentini Corbarelli, fu assai apprezzata e richiesta nel Cremonese, nel Mantovano e in Trentino.

L’accordo per l’altare della S.Croce venne stipulato a Brescia il 21 luglio 1727 tra l’allora arciprete di Calcio, il conte bresciano Francesco Maria Secco d’Aragona, e mastro Francesco Bombastone di Rezzato. Costato 100 filippi, l’altare venne messo in opera dove tuttora lo ammiriamo il 12 settembre 1728.

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Francesco Bombastone (Rezzato, 20 aprile 1681-18 agosto1755) fu una delle figure di spicco della produzione altaristica settecentesca bresciana che aveva il proprio centro vitale nella vicina Rezzato, dove, nel cuore di un esteso bacino marmifero, alla metà del secolo i tagliapietre estimati erano ben 32.

Come in quelle altrettanto rinomate dei Baroncini, Palazzi, Puegnago, Biasio, Ogna e Gamba, spesso operose in collaborazione tra loro nella stessa impresa, anche nella bottega che Francesco Bombastone gestiva con i figli Alessandro Carlo e, forse, il fratello Paolo, si progettavano e producevano altari e si praticavano tutte le tecniche atte a decorarli. Tra queste primeggiava il commesso, specialità nella quale i maestri rezzatesi raggiunsero esiti tali da farci ritenere che lo sviluppo di questo genere decorativo in terra bresciana sia una significativa declinazione e originale elaborazione di quanto fu messo a punto dall’artigianato fiorentino delle pietre dure nel corso del Seicento.

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E’ nell’Opificio delle pietre dure fondato a Firenze dal Granduca Ferdinando de’ Medici nel 1588, che fu codificato tutto il repertorio iconografico del commesso di soggetto naturalistico e figurato e vennero messe a punto le tecniche necessarie a conferire alle pietre quell’illusione di realtà che Caravaggio andava ricercando negli stessi anni nella sua pittura.

Al di fuori degli esclusivi circuiti delle corti, dove il costosissimo”mosaico fiorentino” impreziosiva l’arredo di rappresentanza – piani di tavoli, stipi , medaglieri e suntuosi cabinet -, il successo e la diffusione di questo genere decorativo furono garantiti da un’intelligente e sensibile committenza ecclesiastica, che, in tempi di diffuso analfabetismo, colse le opportunità offerte dalla “pittura di pietra” per potenziare le valenze devozionali dell’altare, considerato il perno e il fulcro della fede e della formazione del buon cristiano. Grazie ad essa la Chiesa post-tridentina poteva proporre, eternati nella materia incorruttibile della pietra, i suoi modelli universali di vita e di virtù (figure di santi, martiri e beati), promuovere culti e devozioni, illustrare ai fedeli il Vecchio e il Nuovo Testamento.

Trasferito sugli altari, il repertorio faunistico e botanico fiorentino perse gradualmente i suoi connotati profani e aulici, adeguandosi alle esigenze di una devozione semplice e popolare che si riconosceva in animali e fiori umili e comuni, e si caricò di simbolismo religioso riferito ai misteri e alle virtù della Grazia, della Salvazione, dell’Incarnazione, della Fede e della Santità, dell’Amore divino, del Sacrificio e della Redenzione.

Ed ecco, per esempio, che la farfalla, nella quale si trasforma il bruco dopo la metamorfosi nella crisalide, diventa simbolo della Resurrezione e della speranza del cristiano nella vita eterna mentre il mughetto allude, col portamento reclinato dei suoi candidi fiori, all’umiltà di Maria, e gli “arabeschi” danno immagine al giardino dell’Eden in cui i Beati (farfalle e uccellini) attingono alla Grazia.

In questo contesto religioso e devozionale va inquadrata e compresa la storia del commesso bresciano che raggiunse la sua massima fioritura nei decenni centrali della prima metà del Settecento

Proprio negli anni ’20 e ’30 si collocano appunto gli altari della Vecchia Pieve di Calcio nei quali incontriamo al centro del paliotto i vasi e i mazzi di fiori – particolarmente cari ai maestri rezzatesi – o le icone devozionali dei santi titolari.

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L’altare del Rosario risulta già in opera nel luglio 1731 mentre quello di San Giuseppe venne realizzato tra il 1736 e il 1739. In assenza di più precisa documentazione è difficile se non impossibile risalire alla loro paternità e giungere per via stilistica ad attribuirli a una specifica bottega o maestro, trattandosi di un linguaggio e di uno stile decorativo condivisi da tutte le botteghe sia nell’iconografia che nella tecniche impiegate.

In tutti gli altari della Pieve sono comunque ben riconoscibili le caratteristiche del commesso bresciano che è prevalentemente in pietre tenere, economicamente più accessibili e facilmente reperibili sui mercati rispetto alle pietre dure. Tra i litotipi più utilizzati per le cromie intense e variegate che si prestavano a dare immagine al mondo naturale, troviamo il giallo di Torri, l’arabescato orobico, il mischio di Valcaregna e il rosso di Francia. Le foglie sono generalmente in pietra alberese di provenienza toscana.

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Tra i neri assoluti riservati agli sfondi, i migliori giungevano dalle cave di Eno in Val Degagna o di Riva di Solto e dalla Valcamonica provenivano in buona parte anche i “bardigli” grigi, uniformi o striati, che spesso li sostituivano. Fili sinuosi di sferule che sortiscono dalla vegetazione impreziosiscono con eleganza la decorazione, illuminandola spesso con le magiche iridescenze della madreperla. Ampiamente praticati per ombreggiature e trasparenze erano il riscaldamento della pietra, che tinge di rosso il giallo e scurisce il bianco- e la dipintura da tergo della selenite (lapis specularis, detta anche “specchio d’asino”). Gli elementi più sottili, come per esempio gli steli e i pistilli dei fiori o i fili delle sferule erano spesso incisi nello sfondo e riempiti di impasti colorati.

Gli altari della Vecchia Pieve ben illustrano anche l’adesione dei maestri lapicidi bresciani al gusto barocchetto in corso tra la fine degli anni Venti e gli anni Trenta, come mostrano “rimessi alla chinesa” su alcuni gradini dei candelieri , dove, in luogo del fregio continuo di opulenti ornati fogliacei, troviamo calligrafici intrecci di nastri sottili che disegnano cartelle mistilinee e tutto si fa più lieve e arioso.

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Quest’ultimo, già in loco nel 1731, appare tutto pervaso da questo spirito nuovo che scardina la stessa struttura tradizionale dell’altare.

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Si veda la disarticolazione dell’ antependio che si apre sullo spazio circostante con le due “quinte” curvilinee dei pilastri reggimensa, profilati da esili e flessuose doppie volute, che, ripetute nella cornice del paliotto, gli conferiscono un inedito slancio verticale, enfatizzato dallo sviluppo in altezza degli elementi fogliacei e della raffinata cartella che, come un prezioso castone esibisce un esile mazzetto di fiori stretto da un nastro sottile. In questo progressivo svuotarsi e alleggerirsi della composizione, entrano in gioco gli intrecci dei nastri che nelle alzate per i candelieri incorniciano con eleganza graziosi uccelletti posati su frutti. Nell’ancona dell’altare del Rosario, che ci abbaglia nel suo gaio rivestimento di rosso di Francia (già molto caro ai Corbarelli), i semipilastri laterali in giallo di Torri che si concludono inferiormente in due grandi volute (colonne inginocchiate) anzichè poggiare sulla tradizionale base, sono un’altra delle invenzioni “capricciose” della breve ma intensa stagione altaristica barocchetta che annovera tra i suoi maggiori interpreti il rezzatese Vincenzo Baroncini. Nel silenzio delle fonti, ci piace almeno immaginare l’altare del Rosario come opera di questo estroso e inventivo maestro, spesso operoso in collaborazione con lo stesso Bombastoni e, come lui, tra gli ultimi “virtuosi” dell’arte del commesso bresciano, e pensare che quel poetico bouquet di fiori, offerto alla Vergine da una devozione semplice, sia un tenero omaggio ai maestri fiorentini che resero grande l’arte della pietra bresciana.

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Renata Massa

da R. Massa, Maestri della pietra bresciani per la vecchia Pieve di Calcio, in “Il Melograno”, IX, dicembre 2019 e R. Massa, Maestri rezzatesi per gli altari della Pieve vecchia di Calcio. Nuovi contributi su Francesco Bombastone, in “Civiltà bresciana”, n.s., anno III (2020), n.1, pp. 121-128.

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